LA FUGGITIVA
LA FUGGITIVA

il mito

 

Per l’antropologo Marc Auge bici è sinonimo di ricordi: dell’adolescenza, della fisicità e di miti come il Tour de France e il Giro d’Italia. “Il mio eroe ciclistico è l’italiano Fausto Coppi: i suoi exploit in solitario, i suoi insuccessi, il suo rapporto di amicizia e conflittualità con il rivale Gino Bartali. Era un’epoca in cui i grandi atleti avevano soprannomi e caratteristiche che li contraddistinguevano ed erano come eroi. Ma la bici era un mito anche perché costituiva l’esperienza quotidiana di molti. Era diverso da adesso”.

Il mezzo a due ruote per Augé non è solo memoria, ma anche attualità. La bicicletta ci porta oggi a pensare a come siano cambiate le città in cui viviamo. Non solo: “La televisione e i computer danno l’impressione che nel mondo contemporaneo lo spazio si sia rimpicciolito. Andare in bicicletta è una maniera per riscoprire e rendere di nuovo concreti spazio e tempo. Chi pedala si riappropria dello spazio creando in libertà i propri itinerari. La bici ci costringe anche a fare i conti con l’età e l’invecchiamento”.

L’antropologo ricorda inoltre che andare in bicicletta non è solo una distrazione e che se il suo utilizzo si generalizzasse ci sarebbe “una rivoluzione, che è ancora un’utopia, ma in questo senso l’esaurimento del petrolio, che un giorno finirà, rappresenta una speranza”.

 “È importante parlare anche dell’aspetto sociale della bicicletta. - riprende Augé – Potrebbe apparire un mezzo solitario, ma ovunque esistono club di ciclisti che organizzano uscite di gruppo ogni settimana”.

La bici ha un valore sociale che unisce uomini e donne, giovani e meno giovani; senza dimenticare che è stato anche uno strumento dell’emancipazione femminile.

Qualcosa di profondo - anzi, tante cose profonde - sono cambiate nel comportamento della nostra specie dopo l'avvento della bicicletta. E' stato un mezzo di trasporto per centinaia di milioni di persone in tutto il mondo; si pensi alla Cina ma anche all'Europa dei primi decenni del secolo scorso. In Italia negli anni '50 circolavano non più di 400 mila automobili, mentre fuori dalle fabbriche si potevano scorgere delle intere pianure occupate dalle due ruote, e Vittorio De Sica vinceva un Oscar con Ladri di biciclette. La bicicletta è stata anche il simbolo di uno sport con eroi omerici, ai tempi di Coppi e Anquetil, prima del collasso contemporaneo fatto di droghe dilaganti.

La bicicletta fa “parlare di sé” perché è prima che un veicolo un’esperienza: imparare ad andare in bicicletta fa parte della vita di ognuno di noi, ed è un momento importante, fondamentale per la presa di coscienza del nostro corpo e delle nostre capacità. Ma la bicicletta non è solo parte delle nostre storie personali, segna anche una storia collettiva. Il mito della bicicletta, nato alla fine degli anni quaranta in un’Europa in cui “la voglia di vivere era più forte che mai”.

Un mito entrato in crisi dal momento in cui la classe operaia che ne era protagonista è scomparsa, mentre l’ideale di una vita urbana idilliaca che gli faceva da sfondo si è dissolto nel traffico, nello smog e nella miseria delle città contemporanee.Il mito può però tornare alla ribalta se la bicicletta si fa veicolo di una vera e propriarivoluzione culturale

Ecco allora che Augé, con un sapiente bricolage di spunti immaginari e dati effettivi sulla recente diffusione del ciclismo urbano, tratteggia un’utopica società del futuro in cui l’uso della bicicletta si è imposto nelle maggiori metropoli del mondo, trasformando a volte i modi di vivere dei suoi abitanti. E gli effetti si ripercuotono positivamente sull’ambiente, sull’economia, sulla politica e sul tessuto sociale: “le divisioni tra classi si disfano o crollano. Le potenze petrolifere hanno sempre meno clienti (…). Tutto sembra accadere come se il politeismo ciclistico avesse sovvertito il monoteismo petrolifero”.

 “La prima pedalata equivale a una nuova autonomia conquistata, a una fuga romantica (...) In pochi secondi l'orizzonte chiuso si libera, il paesaggio si muove. Sono altrove. Sono un altro. Sono un altro, eppure sono me stesso come mai prima; sono ciò che scopro”.

“Anche per chi, con qualche timidezza iniziale, sale di nuovo in bici dopo qualche anno di astinenza (...) riscopre velocemente un insieme di impressioni (l'esaltazione della discesa a ruota libera, le carezze del vento sul viso, il lento muoversi del paesaggio), che per rinascere sembravano aspettare solo quell'occasione.

 

“E l'utopia? La trasformazione della città è un sogno possibile? E la bicicletta può avere un ruolo in questa rivoluzione? Perché la città avrebbe bisogno di una rivoluzione, nel senso letterale del termine, per trasformarsi”.

“L'idea di una città in cui prevale la bicicletta non è pura fantasia”

“La bicicletta è una partitura, una partitura libera, anche selvaggia”

“Ciclisti di tutto il mondo unitevi!”

“Il bello della bicicletta” termina con queste due frasi: “In bicicletta per cambiare la vita! Il ciclismo come forma di umanesimo”

 

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